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Editoriale | Edgardo Rossi: smettere da campione del mondo

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EDGARDO ROSSI SMETTERE DA CAMPIONE DEL MONDO

06 Luglio 2017

Il mondiale del 1967 si correva su 3 prove. La prima era a Vevey, nella “mia” Svizzera, e le cose non iniziarono nel migliore dei modi: in finale mi si ruppe il supporto del sedile.

Dovevo cercare di stare sollevato per alleggerire il peso e anche perché, sfregando, il sedile si scaldava e… mi bruciava il sedere! Non è bello da dire, ma è così.
La seconda prova era a Düsseldorf, in Germania: vinsi

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Le prime due manche e in finale partii bene. Peccato che Massimo Nava, inserito nella squadra italiana solamente per fare ostruzionismo (non lo dico io, è una cosa risaputa), mi fece perdere un sacco di tempo rallentandomi, tanto che a un certo punto, passando davanti ai dirigenti della squadra italiana, urlai che se non lo toglievano di mezzo loro, avrei buttato fuori tutti quanti… Il giro dopo lo fermarono e io ripresi a “tirare” per cercare di riguadagnare terreno.

Risultato: grippai leggermente il motore. Entrai ai box ma mio papà mi convinse a continuare. Tornai in pista, coprendo il carburatore con la mano per ingrassare più che potevo la miscela e riuscii ad arrivare terzo.

Così, all’ultima prova, a Montecarlo, eravamo in 5 a giocarci il titolo: io, Goldstein, Susanna Raganelli, campionessa uscente e quella che aveva più punti, Daniel Corbaz, svizzero anche lui, e Pernigotti.

Dopo le prime prove, il motore non andava. Il mio meccanico, che aveva il fratello che correva per la squadra italiana, mi rispose che non c’era molto da fare.

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